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Le malattie più frequenti della colonna vertebrale Anatomia, fisiologia e patologia dell’asse portante del nostro corpo

aprile 8th, 2010 Posted in Articoli Salute

ANATOMIA

La colonna vertebrale è formata da 33-34 segmenti ossei: le vertebre.

Ogni vertebra è costituita da una porzione anteriore: corpo e, una porzione posteriore: l’arco. Le 2 porzioni sono unite dai peduncoli.

Nel suo insieme la colonna viene suddivisa in più tratti:

  • Cervicale: comprende le prime 7 vertebre (da C1 a C7).
    I segmenti ossei di questo tratto hanno il corpo più piccolo rispetto alle altre porzioni, inoltre le prime 2 vertebre hanno struttura anatomica particolare. La prima vertebra, detta ATLANTE, come colui che reggeva il mondo, si articola con il cranio.
  • Toracico: è formato da 12 vertebre (da T1 a T12). Le prime 10 si articolano con le coste e queste a loro volta con lo sterno per costituire la gabbia toracica. Le ultime 2 si articolano con le coste false, ossia con le coste che anteriormente non si chiudono con lo sterno.
  • Lombare: è costituito da 5 vertebre (da L1 a L5). Queste hanno il corpo più voluminoso rispetto alle vertebre delle altre porzioni.
  • Sacrale: è rappresentato dall’osso sacro. Costituito da più vertebre fuse insieme,appare di forma triangolare con apice verso il basso.
  • Coccigeo: coincide con un ossicino di forma triangolare con apice verso il basso , che è dato dalla fusione di 4-5 vertebre.

Nel suo insieme la colonna costituisce l’asse portante del corpo umano e risponde a due requisiti meccanici: rigidità ed elasticità.

Nell’individuo presenta 4 curve:

  1. La curva cervicale a convessità anteriore.
  2. La curva dorsale a convessità posteriore.
  3. La curva lombare a convessità anteriore.
  4. La curva sacrale a convessità posteriore.

La presenza delle curve consente un aumento della resistenza ai carichi di circa 10 volte.

Le vertebre sono unite tra loro tramite articolazioni.

I corpi si articolano tra di loro tramite sinfisi, per interposizione di un disco fibro-cartilagineo (disco intervertebrale) costituito da 2 parti:

  • ANULUS FIBROSO (esterno)
  • NUCLEO POLPOSO (interno): costituito al 90% da acqua.

ScheletroPosteriormente le vertebre superiori e inferiori si articolano tra loro per semplici artrodie, che consentono il movimento di scivolamento.

Anteriormente ai corpi si estende dall’osso occipitale del cranio fino alla faccia anteriore del sacro il legamento longitudinale anteriore. Posteriormente ai corpi si estende il legamento longitudinale posteriore, ovviamente questo si troverà all’interno del canale vertebrale.

Stabilità e mobilità sono assicurate dai muscoli propri della colonna che si dispongono in 2 strati: uno superficiale, l’altro profondo. La protezione muscolare maggiore si riscontra a livello lombare.

La sovrapposizione delle vertebre determina la formazione del canale vertebrale all’interno del quale si trova il midollo spinale. Da questo originano i nervi che consentono il movimento e in più vi giungono fibre nervose che trasportano informazioni sensitive al cervello. Il midollo è ricoperto dalle meningi e si estende nell’adulto fino a L1-L2, dopo di che origina la coda equina che coincide con un fascio di nervi e non con una struttura vera e propria del sistema nervoso.

FISIOLOGIA

La colonna ha tre funzioni: statica, dinamica e neuroprotettiva.

Statica perché le nostre vertebre ci consentono di avere la stazione eretta in condizioni di riposo.

Dinamica perché consente il movimento sia grazie alla presenza di vertebre e legamenti, che con la loro azione meccanica passiva limitano l’ampiezza delle escursioni segmentali,sia grazie ai muscoli,che sono la parte attiva.

Neuroprotettiva perché protegge il midollo spinale.

La colonna a seconda dei diversi segmenti, presenta determinate capacità di movimento o gradi di libertà che non possono essere superati altrimenti si incorre in un danno.

  • C0-C1-C2: servono per i movimenti di rotazione del capo.
  • C3-C4-C5-C6-C7: servono per la flessione ed estensione anteriore, laterale e posteriore degli arti superiori. Sono le vertebre più mobili.
  • Da T1 a T10: le vertebre sono immobili per l’articolazione con le coste che a loro volta si articolano con lo sterno.
  • T11-T12: sono mobili perché si articolano con le coste false o fluttuanti.
  • Da L1 a L5: sono mobili.
  • Vertebre sacrali e coccigee: sono immobili perché fuse.

Le vertebre cervicali sono molto più piccole e sottili rispetto alle vertebre lombari, perciò in caso di incidente sono le più colpite. In più trovandosi in una zona di passaggio tra un’area mobile ed una immobile esse saranno il punto di maggiore applicazione dell’energia cinetica sviluppata nell’urto. Di conseguenza il danno a questo livello sarà maggiore. Sappiamo inoltre, che più alta è la lesione a livello del midollo più grave sarà il danno. Un danno cervicale determina un quadro di tetraplegia, un danno lombare di paraplegia.

PATOLOGIE DEGENERATIVE

Sono alterazioni delle vertebre,dei dischi e dei legamenti a seguito della loro usura o dei processi di invecchiamento.

Come per i traumi i segmenti più colpiti sono quelli mobili. Queste malattie però, si sviluppano indipendentemente dalla protezione muscolare. Questo spiega perché le vertebre più coinvolte sono quelle lombari, nonostante dal punto di vista muscolare siano le più rinforzate.

Le forme morbose più frequenti sono :

  1. Discopatia
  2. Ernie del disco
  3. Spondilosi

I fattori predisponenti possono essere: congeniti (sd di Marfan, morbo di Wilson…) o acquisiti (costituzionali, professionali, morbosi come la gotta o l’ipo-ed iperparatiroidismo).

Discopatia: è un’affezione propria del disco per lo più determinata da un impoverimento della sua componente acquosa. Alla base di tale quadro può svilupparsi un’ernia discale. Nei soggetti giovani è più facile che si presenti direttamente un’ernia. Il tratto più colpito è sempre quello lombare, ma ciò non esclude la possibilità di una discopatia a un livello superiore. Tra i sintomi si evidenzia la presenza di un dolore diffuso limitato alla regione colpita dal quadro morboso. Per tanto si riferirà il classico mal di schiena, che diversamente dalla patologie descritte in seguito non si irradierà verso altri distretti cutanei. Il dolore diminuisce con il riposo fisico. La medicina attuale come terapia propone: riposo, l’utilizzo di farmaci , riabilitazione posturale e se strettamente necessario offre una soluzione chirurgica che prevede la sostituzione del disco con una protesi. Le protesi però irrigidiscono la colonna vertebrale determinando una situazione di stress delle vertebre.

Una pratica yogica costante e mirata risolve il problema e impedisce l’aggravarsi in un ernia del disco.

Ernia del disco: tra queste patologie è sicuramente la più famosa. Strettamente correlata alla sciatica, colpisce principalmente la zona lombare della schiena.

Tra i fattori favorenti annoveriamo:

  • quelli legati alla costituzione, come l’ obesità.
  • quelli legati alla professione: manovali, fattorini, autisti di mezzi pesanti che spesso riferiscono dolore quando staccano il piede dalla frizione…
  • quelli determinati da una diminuzione dell’ apporto di sangue a livello del disco (per es. a seguito di processi aterosclerotici dei vasi che lo irrorano), che a sua volta diventa meno ricco di acqua e meno elastico. Questo determina la formazione di spazi a livello dell’anulus fibroso, che riunendosi possono portarsi verso la periferia e determinare la fuoriuscita del nucleo polposo.
  • fumo.
  • familiarità.
  • squilibri posturali.

Che cosa accade da un punto di vista anatomico?

Mal di schienaIl nucleo polposo del disco intervertebrale ernia posteriormente, ossia protude nel canale vertebrale. Questo accade in seguito alla lacerazione dell’anulus fibroso che non trattiene più il nucleo polposo. L’ernia protude posteriormente perché questo è un punto di minore resistenza, ossia l’anulus fibroso non è rinforzato dal legamento longitudinale posteriore. In questo modo l’ernia può urtare contro le radici di un nervo, perché all’ interno del canale vertebrale si trova il midollo spinale dal quale originano le fibre nervose. Il dolore che si riferisce dipende dal decorso che compie il nervo stimolato dall’ernia. Queste compaiono con maggior frequenza in coincidenza di L3-L4, L4-L5, L5-S1. Dato che a questi livelli originano diverse fibre nervose, ne segue che il dolore si irradierà in modo caratteristico a seconda della presenza dell’ernia.

  • Se colpito è il livello L3-L4: avrò lombocruralgia, ossia il dolore va verso l’inguine e scende sulla parte interna del ginocchio.
  • Se colpito è il livello L4-L5: avrò lombosciatalgia, la cosiddetta sciatica, con dolore che scende posteriormente verso l’arto inferiore fino all’allluce e al secondo dito del piede.
  • Se colpito è il livello L5-S1: avrò sempre lombosciatalgia, con dolore che scende posteriormente lungo la gamba, ma questa volta si estenderà alle ultime tre dita del piede.

Questa patologia colpisce per lo più persone sedentarie, non abituate ad un esercizio fisico regolare. L’insorgere dell’ ernia è improvviso. Lo si riconosce perché accompagnato da dolore acuto, ben localizzato. Nelle ore seguenti il dolore aumenta finché non diventa continuo. Questo avviene perché i legamenti e i tessuti lesionati dalla protusione si congestionano di sangue con richiamo dei mediatori dell’infiammazione. In più i muscoli della zona interessata si contraggono per prevenire movimenti dolorosi.

Molti sofferenti di ernia del disco e sciatica hanno una lunga anamnesi di forti mal di schiena. Queste persone diventano dipendenti dagli analgesici per alleviare il dolore e sovente abbandonano il lavoro per rimanere a letto.

Molto spesso l’ernia può andare incontro, anche a scomparsa spontanea, in quanto il frammento erniato subisce un processo di essiccazione oppure di fagocitosi, ossia di eliminazione ad opera del sistema immunitario.

La diagnosi medica è fatta con: RX, TC o RMN.

Esiste una terapia conservativa e una terapia chirurgica. La prima è impiegata nella fase iniziale della malattia. Si ricorre all’ utilizzo di una fascia elastica che dà sollievo, ma non ha prospettive curative, al riposo, al busto ortopedico, si somministrano antinfiammatori e si propone una fisio-kinesi terapia. Al trattamento chirurgico si ricorre solo quando sono presenti gravi deficit neurologici (es. sd della coda equina) oppure quando il trattamento conservativo protratto per almeno 4-6 settimane non ha alleviato la sintomatologia. L’intervento può essere fatto seguendo due modalità. La prima: a cielo aperto, con risultati buoni, ma che regrediscono con il tempo, perché si formano aderenze connesse con il trauma chirurgico in quanto sono scollate fasce muscolari, solitamente un reintervento è necessario nel 10-15% dei casi. La seconda: percutanea (laser, nucleoaspirazione), che però può essere usata solo per casi particolari in cui l’ernia non è completamente estrusa nel canale vertebrale. Questa seconda metodica ha il vantaggio di poter essere usata in anestesia locale con trauma su disco e tessuti adiacenti minimo.

Attualmente lo yoga offre una soluzione più efficace e meno invasiva rispetto alla medicina tradizionale. All’esordio dell’ernia è consigliabile il riposo assoluto. Si può avere sollievo applicando impacchi caldi e freddi sull’area sensibile. Dopo di che si può intervenire con la pratica yoga. Sono consigliabili le asana di piegamento indietro che rinforzano i legamenti e i muscoli posteriori che mantengono i dischi in posizione e stimolano il flusso nella regione vertebrale inferiore. Le asana dovranno essere eseguite secondo le capacità, aumentando di giorno in giorno il tempo di pratica per ristabilire la stabilità vertebrale e riconquistare i gradi di libertà propri della colonna. Le ricadute sono prevenute con una pratica regolare e crescente. Comunque per le persone affette da questa patologia verranno indicate durante i corsi tutta la gamma di posture a loro accessibili e adatte a risolvere il problema.

Spondilosi: o meglio spondilodiscoartrosi.

Meno frequente rispetto all’ernia del disco interessa principalmente i soggetti tra i 50 e i 70 anni.

Cosa si intende per artrosi?

E’ un’artropatia cronica a carattere evolutivo che comporta una regressione delle strutture che compongono l’articolazione. Elemento caratteristico è la produzione di osteofiti, ossia cercini ossei che si dispongono ai margini delle articolazioni.

La spondilodiscoartrosi quindi, è un processo degenerativo della componente ossea e discale della colonna vertebrale con produzione di osteofiti che determinano un restringimento (stenosi) del canale vertebrale. Può colpire a qualunque livello della colonna. Se ad essere interessata è la porzione lombare si avrà dolore lombalgico irradiato al gluteo. Il sintomo caratteristico è la claudicatio neurogena che consiste nella presenza di dolore e formicolii a schiena, natiche e gambe che tende a diminuire fermandosi. Se ad essere colpita è la zona cervicale il dolore si manifesterà a carico di braccia, spalle e parte alta della schiena.

La diagnosi si fa con TC, RMN o RX.

Il trattamento è per lo più chirurgico e coincide con la laminectomia.

Gli osteofiti possono svilupparsi non solo posteriormente determinando sponidilodiscoartrosi, ma anche sui bordi laterali delle ultime vertebre cervicali, portandosi a comprimere le arterie vertebrali che decorrono nei fori intertrasversari. Di conseguenza avrò una diminuzione del sangue che affluisce ai territori vascolarizzati da queste arterie, ovvero al midollo e al cervello. Si determina un quadro di cervicocefalgia caratterizzato da dolori e spasmi muscolari nel retro del collo e nelle spalle con spesso associato mal di testa di tipo muscolo tensivo.

Il dolore si irradia alle spalle, alle braccia e alla parte alta della schiena con sensazioni che vanno dall’anestesia (perdita della sensibilità) alle parestesie (formicolii). Il movimento del collo è limitato. Frequente è la fiacchezza muscolare e perfino il deperimento dei muscoli delle braccia. Da non trascurare sono le vertigini e gli acufeni (fischi alle orecchie) che chiaramente indicano il coinvolgimento delle strutture craniali che in questo caso soffriranno per un diminuito afflusso di sangue.

Altra sede di sviluppo degli osteofiti è postero-lateralmente, cioè in coincidenza dell’emergenza delle radici nervose. In questo caso avremo sindromi radicolari quali: cervicobrachialgia e lombosciatalgia. La prima è accompagnata da sintomi locali con irradiazioni dolorose lungo l’arto superiore. La seconda, più frequente della prima varia in rapporto alla radice interessata, per questo si rimanda alla sintomatologia dell’ ernia del disco, in quanto il dolore è generato anche in questo caso dalla compressione delle fibre nervose.

Utile affermare nuovamente la validità della disciplina yogica, nei confronti sia della spondilodiscoartrosi, sia della cervicocefalgia, sia delle sd radicolari. Lo yoga rigenera i tessuti lesi e conduce alla reversione dell’anomala crescita ossea, senza ricorrere ad interventi cruenti che non sempre offrono una soluzione definitiva al problema. Anche in questo caso il programma idoneo verrà fornito durante i corsi.

Per il resto che dire: provare per credere! “Un grammo di pratica vale quanto tonnellate di teoria!”

Carlotta

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